Il suo è un lavoro ad alta intensità emotiva, spesso precario, scarsamente riconosciuto. “Non scrivo perché voglio smettere di farlo. Scrivo perché non voglio più farlo sentendomi da sola”, ci scrive Chiara

di Sarah Barberis

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C’è una parte della scuola italiana che regge molto più di quanto raccontino le statistiche: è quella affidata alle insegnanti e agli insegnanti di sostegno, oggi ribattezzati “docenti dell’inclusione”. Una definizione che sulla carta allarga il perimetro del ruolo, ma che nella pratica continua a indicare una figura chiamata a fare molto più di quanto sia formalmente previsto. Non solo affiancare studenti “problematici”, ma tenere insieme relazioni, fragilità, tensioni emotive e gruppo classe. Un lavoro quotidiano di cura che, come da tradizione, oggi viene svolto nell’87% dei casi da donne. Gli uomini si fermano intorno al 13 per cento, una presenza minoritaria che conferma una tendenza strutturale, non episodica. Non è un’eccezione italiana, ma qui il fenomeno assume contorni particolarmente netti. La scuola resta uno degli ambiti professionali più femminilizzati, e il sostegno lo è ancora di più. Un lavoro ad alta intensità emotiva, spesso precario, scarsamente riconosciuto, che continua a poggiare in larga parte su competenze relazionali date per scontate. Come se la capacità di reggere il carico, di mediare, di accogliere, fosse una risorsa naturale e non una responsabilità collettiva da sostenere. Risponde Francesca Parviero, designer di culture organizzative e transizioni professionali che collabora con Women Up.