In un mondo che ha adoperato la sistematica sostituzione della modestia con la sindrome dell’impostore, noi gli immodesti dovremmo chiuderli in una teca e preservarne l’esistenza a qualunque costo. In un mondo che ha lavorato per sostituire il carattere con l’ascolto dei rumori bianchi, noi Daniil Medvedev dovremmo chiuderlo nella camera iperbarica degli antieroi, guardarlo ogni tanto, e ringraziarlo. Come funziona per il cinema, così funziona per lo sport: la riuscita di una storia dipende dal cattivo, non dall’eroe. Al Masters 1000 di Montecarlo, Daniil Medvedev, numero 10 al mondo, è stato battuto in cinquanta minuti 6-0/6-0 da Matteo Berrettini, numero 90 nel ranking mondiale. All’inizio del secondo set, Medvedev sbaglia e inizia a spaccare la racchetta per terra. Una volta, due volte, tre volte, quattro volte, cinque volte, sei volte, e ogni volta, per ogni pezzo che volava il pubblico urlava olè, e a ogni olé Medvedev spaccava la racchetta ancora più forte. Una volta finito, ha cercato il cestino e ha buttato la racchetta, tra il rumore bianco del pubblico, lo sguardo rassegnato dell’arbitro e i raccattapalle che correvano a debita distanza. Il gesto di buttare la racchetta nel cestino è stato il miglior colpo della partita. Medvedev non aveva mai perso così, e quando perdi così secondo me non hai troppa voglia di metterti a colorare il mandala della calma.