Lo Stretto di Hormuz riaprirà e i prezzi si stabilizzeranno. Ma la logica strutturale non cambierà: la dipendenza dai combustibili fossili espone a shock ricorrenti. Le tecnologie per superarla esistono già. La vera incognita è quante crisi saranno ancora necessarie per accelerarne l’adozione. È questo il messaggio dell’ultimo rapporto di Ember, che analizza gli effetti della crisi in Medio Oriente sulla sicurezza energetica globale e le implicazioni di lungo periodo.

I numeri danno la misura del problema: tre quarti della popolazione mondiale vivono in Paesi importatori netti di combustibili fossili. Nel 2024 la bolletta globale ha raggiunto i 1.700 miliardi di dollari e aumenta rapidamente con i prezzi: ogni rialzo di 10 dollari al barile aggiunge circa 160 miliardi l’anno.

Questa vulnerabilità si concentra in alcune aree chiave. In Europa la dipendenza resta elevata — Italia, Spagna e Germania importano oltre due terzi dell’energia — mentre in Asia fino al 40% della domanda petrolifera transita dallo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi critici globali.

Il nodo è strutturale. Il Golfo concentra il 29% della produzione mondiale di petrolio e il 17% di quella di gas, rendendo lo Stretto uno dei chokepoint più sensibili del sistema energetico. Quando si blocca, l’impatto si trasmette rapidamente lungo tutta la filiera: dai carburanti ai fertilizzanti, fino alle materie prime industriali.