PORDENONE - «Attorno a noi c'è il nulla. Così non si può lavorare». Lo aveva detto qualche settimana fa una commessa di corso Garibaldi, nel cuore di Pordenone. È una frase-fotografia di quel che sta succedendo in molti dei centri storici italiani. E quello della città friulana non fa eccezione. Qui la vita commerciale si sviluppa lungo due direttrici che si aprono ai lati di piazzetta Cavour. A destra c'è corso Vittorio Emanuele II, l'antica Contrada Maggiore, quella con la storia addosso: i portici, il municipio con la loggia medievale e Palazzo Ricchieri. A sinistra si allunga corso Garibaldi, asse commerciale nato tra fine Ottocento e Novecento, un tempo sede di cinema e palazzi signorili: oggi è la via pedonale dello shopping, una vocazione che però appare sempre più affaticata, sospesa tra vetrine illuminate e serrande che non si alzano più. È un assetto che fa i conti con i numeri di un censimento commissionato dal Comune a inizio anno: 154 vetrine vuote nel centro storico, 335 in tutta la pianta cittadina.

Basta verificarlo sul campo. Tra i due corsi si contano tutt'ora una ventina di locali sfitti o con la saracinesca abbassata. Ma se corso Vittorio prova a reagire con segnali di dinamismo - c'è chi si sposta per ampliare l'attività, come il negozio di abbigliamento Tip, e chi scommette su nuove aperture dedicate alla camiceria artigianale - è lungo corso Garibaldi che la situazione pesa di più. Qui i cartelli "affittasi" appiccicati sui vetri e le insegne di negozi che non esistono più raccontano un silenzio che, soprattutto dopo le 17, si fa sempre più pesante.