La lettera di Andrea Rinaldo a Roberto Papetti era uscita sul Gazzettino di domenica: «Gentile Direttore, Le scrivo perché vorrei intervenire nel dibattito suscitato dalle posizioni espresse dal Presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, sui rapporti culturali e artistici legati alle libertà intellettuali. Sono fermamente convinto che questi rapporti non debbano mai essere interrotti, specialmente in tempi come quelli che stiamo affrontando oggi. Ritengo dunque che la Biennale guidata da Buttafuoco si sia mossa nella giusta direzione, e spero che possa continuare a farlo nel futuro». Il professore emerito di Costruzioni idrauliche l’aveva inviata a titolo personale, non come numero uno dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti. Ma ieri 50 soci della prestigiosa Accademia, presentandosi appunto come tali, hanno spedito una missiva di segno diametralmente opposto Quest’ultima email è stata indirizzata al presidente Buttafuoco da un gruppo trasversale di intellettuali, come l’ingegnere Lorenzo Fellin, i giuristi Marcello Maria Fracanzani e Ludovico Mazzarolli, gli storici Francesca Rohr e Oliver Jens Schmitt, il chimico Gianfranco Pacchioni.
I firmatari premettono di essere «sensibili agli appelli di Oleksandra Matviichuk, premio Nobel per la pace 2022, intesi a mettere in atto ogni iniziativa che possa favorire la fine dell’assurda e devastante guerra di aggressione mossa da Putin all’Ucraina e, tra questi, un appello segnatamente rivolto alla Biennale di Venezia», affinché «impedisca» che l’Esposizione Internazionale d’Arte «offra una tribuna alla propaganda governativa e alla disinformazione russa». Gli accademici prendono atto che «tra gli sponsor e i curatori russi della rassegna vi sono persone fortemente schierate a favore dell’operazione militare speciale indetta da Putin», ma ricordano che Ca’ Giustinian «può vantare, nella sua straordinaria storia di libertà, momenti di alto livello culturale, come la Biennale del dissenso del 1977, presieduta da Ripa di Meana, che contribuì a dar voce a ogni forma di cultura repressa da regimi dittatoriali». I sottoscrittori si dicono inoltre consapevoli «della devastante e scellerata opera di spogliazione culturale che è in atto laddove la cosiddetta cultura Russkij mir riesce, grazie alla guerra, a distruggere la memoria e il patrimonio ucraino, compiendo pure terribili crimini contro l’umanità come la deportazione di bambini e la distruzione sistematica di monumenti, opere d’arte e luoghi del sapere come scuole e università».






