Oggi al ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit) si è tenuto il tavolo di confronto tra governo e imprese sul piano Transizione 5.0. Ci si è arrivati in un clima a dir poco infuocato, dopo che il decreto fiscale 2026 (D.L. 38/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 marzo) ha drasticamente ridotto le agevolazioni fiscali a cui le aziende avevano diritto dopo aver investito in innovazione. E alla fine, stando a quanto appreso dalla stampa, il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso è dovuto tornare sui suoi passi, mettendo sul piatto gli 1,3 miliardi che erano previsti dalla manovra e aggiungendo altri 200 milioni. Emergenza rientrata, dunque. Ma la vicenda ha dell'incredibile.Come doveva funzionare il piano Transizione 5.0Il piano Transizione 5.0 è stato annunciato nel 2023 come capitolo italiano del programma europeo RepowerEU, per poi diventare operativo nel 2024. “Sarà lo strumento con cui andremo a consolidare la nostra strategia industriale, consentendo alle imprese italiane di innovarsi e di affrontare le sfide legate alla duplice transizione, digitale e green”, dichiarava all’epoca il ministro delle Imprese e del made in Italy Adolfo Urso. D’altra parte, la dotazione iniziale era imponente: 6,3 miliardi di euro, finanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).Soldi che sarebbero serviti per sostenere le imprese che avrebbero investito nella propria trasformazione digitale tra il 1 gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025, con interventi che riducono in modo dimostrabile i consumi di energia. L’agevolazione è corrisposta sotto forma di credito d’imposta, cioè uno sconto sulle tasse da pagare per cinque anni. A differenza del precedente piano Transizione 4.0, l’incentivo è proporzionale al risparmio energetico certificato: va dal 35 al 45% per investimenti fino a 10 milioni di euro, con aliquote decrescenti per importi più elevati.Tra intoppi e marce indietro, il piano Transizione 5.0 è diventato un’odisseaFin qui, come doveva andare. Ma il piano Transizione 5.0 – ricorda il magazine Materia Rinnovabile – è partito in salita, con mesi di attesa per le linee guida complete. Tant’è che inizialmente le adesioni erano poche e a macchia di leopardo. Man mano che si è fatta chiarezza, anche grazie alla semplificazione delle procedure, le richieste si sono moltiplicate. Arrivando a 9 miliardi di euro di investimenti e 4,25 di crediti d’imposta richiesti; ma nel frattempo la cabina di regia sul Pnrr aveva ridotto il plafond a 2,5 miliardi.A quel punto c’è stata la prima frenata: con un decreto direttoriale del 6 novembre 2025, il Mimit ha comunicato che le risorse erano esaurite. Le prenotazioni però restano aperte fino al 27 novembre e si viene così a creare una lista di attesa, con altri 1,6 miliardi di euro di crediti che sforano rispetto alle risorse disponibili.La doccia fredda del decreto fiscale 2026: decurtato il credito d’imposta“A novembre avevamo avuto rassicurazioni dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sul fatto che le cosiddette imprese ‘esodate’ del 5.0 con progetti congrui avrebbero avuto accesso all’agevolazione secondo le condizioni previste nel Piano, la cui conclusione era fissata al 31 dicembre 2025”, spiegano da Confindustria.Tant’è che l’ultima legge di bilancio ha stanziato 1,3 miliardi destinati a generiche “misure a favore delle imprese”. Col decreto fiscale 2026, invece, è arrivata la doccia fredda. Le aziende “esodate” avranno diritto a un credito d’imposta, ma soltanto del 35% rispetto a quello che hanno richiesto. Calcolatrice alla mano, chi si aspettava un credito d’imposta del 45% si dovrà accontentare del 15,75%. Il limite di spesa per il 2026, dunque, scende a 537 milioni di euro.I pannelli fotovoltaici scompaiono dal piano Transizione 5.0C’è di più: in origine il piano Transizione 5.0 comprendeva anche gli impianti fotovoltaici sotto forma di investimenti trainati, cioè all’interno di un investimento più ampio. Ma a patto che rispettassero condizioni molto rigide: dovevano produrre energia destinata solo allo stabilimento e con pannelli prodotti in Europa e iscritti in un registro apposito. Rispettando questi paletti, il fotovoltaico rendeva ancor più generoso l’incentivo.Nel decreto fiscale 2026, invece, gli investimenti nelle fonti rinnovabili scompaiono dall’elenco delle misure che hanno diritto all’agevolazione del piano Transizione 5.0. Restano, sempre con il criterio del made in Ue, solo per altri meccanismi separati. Una scelta che non convince del tutto Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare: “Siamo d'accordissimo con lo sforzo di creare filiere produttive europee sul fotovoltaico, ma serve una strategia europea per competere con i giganti cinesi, e non si vede”.Le voci degli imprenditori: “Pensavo fosse una fake news”“Quando l’ho letto sui giornali pensavo fosse una fake news”, racconta a Wired Italia Piersandro Arrighini, titolare e amministratore unico di Forever Plast, azienda bresciana che si occupa di riciclo della plastica. “Noi eravamo già pronti a settembre, avevamo già pagato le fatture. Ma nel portale del Gse (Gestore dei servizi energetici) risultavano enormi disponibilità di fondi e la scadenza era al 31 dicembre, quindi abbiamo pazientato per chiudere la procedura con calma”, continua.A novembre, ricevuta la comunicazione dell’esaurimento del plafond, l’azienda ha subito inviato la richiesta. “Era inimmaginabile, siamo sconcertati. Il ministro Urso ha assicurato che avrebbe trovato i fondi; e poi di nuovo, a sorpresa, abbiamo scoperto dai giornali che i soldi non ci sono più. La mancanza di disponibilità non può essere una giustificazione: il governo deve rispettare il 100% degli impegni che si è assunto”. Forever Plast ha investito circa 5 milioni di euro, aspettandosi un credito d’imposta di 2,3 milioni. “Il nostro era un investimento molto complesso: abbiamo acquistato macchinari all’avanguardia ottenendo un risparmio energetico ben superiore rispetto a quello richiesto. Solo per i pannelli solari europei abbiamo pagato 120mila euro in più”, conclude Arrighini. “Ora ho un altro progetto in cantiere, ma non lo farò in Italia”.“Abbiamo investito su macchinari tecnologicamente innovativi, abbiamo rispettato procedure arzigogolate, abbiamo fatto tutto ciò che era previsto”, conferma Carlo Pellegrino, amministratore delegato di Mec Service, azienda di Trissino (in provincia di Vicenza) che produce cilindri in acciaio inox. Mec Service si aspettava un credito d’imposta da 300mila euro. “Cambiare le carte in tavola è un tradimento”, continua. “È una mancanza di rispetto per il lavoro di tanti imprenditori seri che hanno investito nella loro azienda, che hanno portato benessere nel territorio, e da un momento all’altro si vedono rimangiare le promesse dallo Stato che li dovrebbe tutelare. Sarà difficile fidarsi ancora”.Mercoledì il tavolo di confronto tra governo e industria su Transizione 5.0“Avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo. Poi è successo un fatto al di fuori delle nostre possibilità (la guerra in Medio Oriente, ndr), uno choc esterno paragonabile in termini prospettici a quello della crisi in Ucraina e che sostanzialmente induce a fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare”. Queste le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenuto in collegamento sabato 28 marzo a un incontro del think tank The European House – Ambrosetti dove il vicepresidente di Confindustria per le politiche industriali e il made in Italy Marco Nocivelli era stato molto duro nei confronti del governo. Le associazioni di categoria del mondo imprenditoriale sono state convocate per la mattinata di mercoledì 1° aprile al ministero delle Imprese e del made in Italy: un’iniziativa che il Mimit ha deciso insieme al ministero dell’Economia e al ministero degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti.“Inaccettabile”: la levata di scudi del mondo industrialeTra chi ha chiesto a gran voce di aprire un tavolo di confronto c’è Confindustria Lombardia che, tramite una nota, definisce “inaccettabile” il taglio del credito d’imposta per le imprese che hanno investito in Transizione 5.0. “Un cortocircuito che compromette quel rapporto di fiducia con il mondo produttivo necessario al fine di sostenere gli investimenti e la crescita, in particolare in una fase dove la compattezza è l’unica via per navigare nella complessità globale”, commenta il presidente Giuseppe Pasini. “Penalizzare le imprese che hanno già effettuato investimenti, oltretutto in maniera retroattiva, e in una fase di grave instabilità energetica, commerciale e tecnologica, è senza dubbio la scelta meno lungimirante”.“La fiducia è un fattore economico, non solo reputazionale”, concorda Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto. “Quando le regole cambiano a posteriori, il rischio è duplice: da un lato si mettono in difficoltà i bilanci aziendali, dall’altro si rallenta la propensione a investire, proprio nel momento in cui le imprese stanno accelerando sulla doppia transizione”. Secondo Confartigianato Imprese Veneto, si rischiano ripercussioni immediate. “Ridurre le risorse a chi ha già fatto investimenti significa incidere direttamente sulla liquidità delle imprese, con effetti a catena su occupazione, filiere e competitività”, continua. “In un contesto già complesso, servono certezze. Le politiche industriali funzionano se sono credibili e stabili nel tempo: senza questo presupposto, anche le migliori misure rischiano di trasformarsi in una scommessa”.Pace fatta col ripristino dei fondi per le imprese “esodate”Alla fine il governo ha dovuto cedere. Il tavolo con le imprese si è concluso con il ripristino di tutti gli 1,3 miliardi di euro previsti dalla manovra, a cui si aggiungono altri 200 milioni. Il totale, dunque, è di 1,5 miliardi. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha fatto sapere all'agenzia Ansa che lo stanziamento consente di portare il credito d'imposta dal 35 al 90% di quanto previsto inizialmente; rientrano dalla finestra anche i pannelli fotovoltaici, per cui lo sgravio viene ripristinato per intero. Resta un interrogativo: da dove arriveranno le risorse che, stando alle parole del governo di pochi giorni prima, erano esaurite? Il ministro Foti ha laconicamente detto che è stato necessario fare “un po' di sacrifici”.