Ci sono buone probabilità che abbia ragione chi sostiene che il traballante mondo da 2 trilioni di dollari del private credit genererà perdite per i sottoscrittori dei fondi ma non rappresenti un rischio di collasso per il sistema finanziario globale. Eppure nelle ultime settimane tutte le Autorità di Vigilanza bancarie del mondo occidentale - da Bce a Bank of England fino all’ormai “trumpiana” Fed - hanno annunciato l’avvio di approfondimenti per capire l’entità delle possibili ripercussioni di una eventuale crisi del credito privato sul sistema bancario.

A ben vedere, in discussione sta finendo l’intera impalcatura regolamentare bancaria e di Vigilanza che è stata varata dopo la grande crisi finanziaria del 2008. Quella normativa, che in Europa è stata implementata con una stratificazione di varie regole, ha rafforzato il capitale bancario e fissato condizioni stringenti per l’erogazione del credito da parte degli istituti vigilati. La conseguenza è stata un restringimento dei prestiti concessi alle aziende con più basso merito di credito.

Sono stati dunque i regulators a creare il varco perché il private credit nascesse incuneandosi nella fascia abbandonata dei prestiti ai clienti delle fasce di rating più rischiose. Con la conseguenza che nell’ultimo decennio la “polvere” degli Npl si è accumulata fuori dai bilanci delle banche vigilate dalle Autorità ed è finita inevitabilmente dentro il crescente mondo dello shadow banking. Un sistema che ha potuto svilupparsi in modo esponenziale nello scorso decennio grazie alle prolungate politiche dei tassi zero delle banche centrali che, in questo caso involontariamente, hanno costretto assicurazioni e fondi pensione a cercare rendimenti nei cosiddetti asset alternativi e illiquidi.