Gli scricchioli avvertiti a più riprese nell’ultimo anno sul mercato del private debt americano, sollevano forti preoccupazioni sulla qualità dell’ormai imponente credito elargito alle imprese da realtà non bancarie. Parliamo di oltre 2mila miliardi di dollari.
La compressione dei margini e la leva finanziaria aumentano il rischio di insolvenze. Nelle sale operative riecheggia con sempre maggiore frequenza il paragone con i mutui subprime che hanno acceso la crisi finanziaria del 2008, in particolare dopo il caso Blue Owl. Anche in questo caso, l’opacità del settore dei crediti privati, caratterizzato da eterogeneità dei portafogli, bassa liquidità e mancanza di riferimenti di mercato univoci per valutarne la redditività, rende difficili - se non impossibile - i processi di analisi di un investimento proposto anche ai piccoli investitori. E ai primi segnali di propagazione della crisi del private debt in Europa, i mercati dovranno essere pronti a fronteggiare una nuova scossa sistemica.
Le prime avvisaglie sono emerse in Germania a fine 2025, quando il fondo pensione dei dentisti tedeschi (Vzb) ha dichiarato di aver perso 1,1 miliardi di euro imputabili in gran parte a investimenti nel private debt. Nei giorni scorsi un altro alert è arrivato dal Regno Unito, dove la società di private credit Market Financial Solutions ha presentato istanza di insolvenza. Anche se in quest’ultimo caso il problema appare più di truffa e malagestione che di mercato.






