DA VEDERE. E’ un film geniale “Mio fratello è un vichingo” scritto e diretto da Anders Thomas Jensen, lungometraggio impreziosito dal divo danese Mads Mikkelsen (“Un altro giro”) strepitoso protagonista ora nelle sale italiane distribuito da Plaion Pictures. Narra la bizzarra storia, ricca di colpi di scena, di due fratelli dalla vita non propriamente fortunata: quando uno dei due esce di prigione chiede all’altro, che nel frattempo ha cominciato a credersi John Lennon, dove ha nascosto il bottino della rapina per cui era stato arrestato quindici anni prima nella sua casa di Odense. Quest’ultimo, ottimo come peraltro tutto il resto del cast, è impersonato Nikolaj Lie Kaas.
DA EVITARE. Ricorda le commedie francese “Il dio dell’amore” ma è come dire che il centravanti dell’Audace Cerignola gioca alla Mbappè. Nel film di Francesco Lagi imperversa la noia, a cominciare dall’idea del narratore, il poeta Ovidio impersonato dall’onnipresente Francesco Colella - una sorta di calamita per i brutti film, un po’ come Ilary Blasi per i programmi tv - che vaga per Roma sfracellando le orecchie degli spettatori con le sue dotte tesi. La sceneggiatura, ricca di situazioni improbabili tipo l’ipotetica notte in albergo, ritrae la vita sentimentale un po’ confusa di una serie di personaggi sfigati a cui non affideremmo neanche la gestione del pulsante di un semaforo. Fra questi il più involontariamente comico è l’autista di autobus che scorrazza con il suo mezzo con la gente a bordo fin sotto le case delle fidanzate: lui è Enrico Borello, attore romano che sembrerebbe più incline a lavorare nei supermercati che a Torino portano il suo nome piuttosto che nel cinema. Il film dura 2 ore, percepite tre.






