Ci sono uomini che, come scriveva il poeta Walt Whitman di se stesso, «contengono moltitudini». È il caso di Manfred, convinto di essere John Lennon. Il fratello Anker gli aveva affidato il bottino della sua rapina, esce dal carcere dopo quindici anni, ma per farsi dire dove si trova il malloppo lo deve assecondare.
Inizia fra il noir (quello scandinavo, specie letterario, ha una ormai lunga e apprezzata tradizione) e la commedia il film danese, dal 26 marzo al cinema, «Mio fratello è un vichingo», scritto e diretto da Anders Thomas Jensen e con due strepitosi protagonisti (già nelle precedenti pellicole del regista), Mads Mikkelsen (Manfred) e Nikolaj Lie Kaas (Anker), ma fin da subito è anche qualcos’altro.
Già dal prologo animato con i membri di un villaggio vichingo ai quali quando il figlio del capo perde il braccio il padre impone di diventare monchi anche loro per non farlo sentire “diverso”, si vede che l’autentica direzione è un’altra.
Manfred crede di essere John Lennon dei Beatles e vuole essere chiamato John, ma al tempo stesso è anche Manfred e lo strano psichiatra (e si scoprirà il perché della sua stranezza) Lothar (Lars Brygmann) propone di assecondarlo, trovando chi, fra Danimarca e Svezia, crede di essere un altro dei Fab Four, trovando un muto che è Ringo Starr e uno, lo svedese Hamden (Kardo Razzazi), che fra le sue differenti identità presenta anche quelle di Paul McCartney e George Harrison. Fra l’altro è di evidenti origini mediorientali ma pensa di essere un puro “ariano”, fra i suoi alter ego c’è infatti pure quello del nazista Goering e non vuole che si parli dell’Olocausto. Così come Flemming (Nicolas Bro), il complice di Anker riuscito a scampare al carcere che vuole anche la sua parte, si ritiene “il gentile Flemming” e invece è un pericoloso psicopatico.







