Un film col quale ci si può spesso divertire, a patto di non pretendere troppo. Uno spiccato umorismo nero, diciamo fortemente debitore di un certo cinema dei fratelli Coen, una vicenda che ne ricorda altre e un personaggio piuttosto sbarellato che pensa di essere un vichingo, al quale Mads Mikkelsen regala un’impronta quasi surreale, in un ruolo per lui piuttosto singolare e gestito in modo altrettanto sorprendente. Passato lo scorso settembre, Fuori concorso, all’ultima Mostra veneziana “Mio fratello è un vichingo – The last vicking” (titolo italiano inutilmente lungo, sarebbe bastata la traduzione normale: L’ultimo vichingo), porta la firma di Anders Thomas Jensen, regista danese poco più che cinquantenne, figlio come tanti di quella generazione e di quel movimento cinematografico noto come Dogma, un po’ celebre da noi almeno per “Le mele di Adamo” di una ventina d’anni fa, che qualcuno forse ricorderà. Uscito di prigione, dopo tre lustri, Anker ha un obiettivo unico: recuperare il bottino di una rapina, al momento della cattura affidato al fratello Manfred. Ora Manfred (Mikkelsen, appunto) fin da bambino aveva manifestato una certa instabilità e una fantasia incontenibile, pensando di essere un vichingo. Il problema è che con l’andare degli anni la situazione è peggiorata e adesso oltre alla stupidaggine del vichingo aggiunge quella di farsi chiamare John, in onore di John Lennon, e una fissa per i cani, che continua a rubare a chiunque. Ma la cosa peggiore è un’altra: non ha più la minima idea di dove ha nascosto il borsone dei soldi, affidatogli dal fratello. Il faticoso percorso di ritrovamento e con esso anche la rilettura di un passato per certi versi tragico, che in ogni caso ha segnato entrambi, porta a situazioni sgangherate, in una specie di inno baldanzoso alla diversità, alla libertà comportamentale e a una fiera di personaggi che attraversano il film in modo strampalato, dissacrante, tra i quali un medico che pensa di far recuperare la memoria a Manfred attraverso la formazione di una band di cover beatlesiana, dove oltre a Manfred-Lennon arriva anche chi si crede di essere Paul o George. In questo tripudio di esilarante non-sense, il film purtroppo perde strada facendo una compattezza necessaria, alternando momenti meno riusciti e soprattutto volendo tenere il passo per una durata eccessiva (siamo a quasi 2 ore), nella quale una svolta più dura e grottesca non regge il paragone. E se il finale si assesta sulla situazione più ovvia, l’ampio divertimento della prima parte giustifica una visione comunque curiosa, dove la coralità di una umanità senza centro di gravità affiora nitidamente. Voto: 6,5.