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Ultimo aggiornamento: 7:59
“Se sulla politica estera continuerà a essere coerente, se agisce sulla crisi abitativa e sugli effetti economici della guerra in Iran, potrebbe vincere nel 2027, dimostrando che il socialismo spagnolo è un modello per tutta l’Europa. Dall’altra parte, però, in questa fase storica domina un certo grado di scontento generalizzato e la crescita del Pil non si traduce necessariamente in un aumento tangibile del benessere”. Per Paolo Gerbaudo, sociologo e teorico politico alla Scuola Normale Superiore di Pisa e al King’s College di Londra, il governo di Pedro Sanchez ha finora dimostrato di essere d’ispirazione per i progressisti in Europa, realizzando misure profondamente di sinistra. Dal salario minimo fino alla regolarizzazione di 500mila migranti, dal diritto all’aborto in Costituzione fino a prezzi accessibili dei trasporti pubblici. A partire dal 2022 la crescita economica della Spagna è tra le più dinamiche dell’Eurozona, vicina al 3%, e sul fronte internazionale la fermezza contro le politiche di Donald Trump e la condanna delle azioni israeliane a Gaza hanno riacceso l’orgoglio dell’elettorato di sinistra. Il consenso interno, però, segue anche dinamiche più complesse e frammentate. E dietro i successi diplomatici e la lieve risalita nei sondaggi, restano aperte ferite profonde nel tessuto sociale spagnolo. Sanchez deve fare i conti con un’emergenza abitativa che morde le nuove generazioni e con un costo della vita che rischia di erodere i benefici delle riforme salariali. Le elezioni regionali in Estremadura e Aragona hanno fiaccato i socialisti, che invece hanno resistito in Castilla y Leon. Facendo una media tra gli ultimi sondaggi, se oggi gli spagnoli andassero alle urne, la tendenza è verso destra. Il Ppe è dato al 30, i socialisti al 28 (con un calo di 5 punti rispetto al 2023) e Vox in ascesa intorno al 18%.







