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2 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:06

Con tutto il rispetto dovuto a Pedro Sanchez – uno dei rari politici meritevole di considerazione, se non altro per il suo coraggio di sfidare Trump e il luogo comune – la sua affermazione al meeting della sinistra-sinistra a Barcellona che la Destra mondiale sarebbe entrata in una fase terminale, cui farebbe seguito una rinascita a Sinistra, risulta mera retorica comiziale; e pure di grana grossa. Questo perché basata su analisi delle dinamiche politiche del tutto irreali, nella misura in cui propone una segnaletica del campo politico che da tempo ha perso capacità orientative. Ossia la sua divisione in due schieramenti contrapposti – la destra e la sinistra – che competono per la risorsa consenso democratico.

Lo schema di democrazia competitiva che già Marco Revelli metteva in dubbio nel 1996 pubblicando il saggio Le due destre: “In Italia lo spazio politico è occupato, in forma prevalente, da due destre, una destra populista e plebiscitaria (fascistoide), da un lato, e una destra tecnocratica ed elitaria (liberale), dall’altro”. A parte la caduta nel malvezzo incancrenito di usare come sinonimo di demagogia l’aggettivo “populista” (che significa tutt’altro. Secondo lo storico Cristopher Lasch «è la voce autentica della democrazia») e che non risulta pervenuto nessun barlume “tecnocratico” nello sgangherato e cialtronesco pollaio della politica italiana, risulta tuttora condivisibile il senso di quanto disegnato nel saggio revelliano: l’omologazione del ceto di partito in una corporazione unitaria che persegue la propria perpetuazione, al limite puntellando sinergicamente l’habitat di sopravvivenza.