Dagli aeroporti passando per le torri radar fino ai porti, sono diverse le infrastrutture militari americane nel territorio italiano mentre sono tredicimila, tra reclute e ufficiali, gli statunitensi di stanza nel nostro Paese.
In queste ore sotto i riflettori è finito lo scalo militare di Sigonella in Sicilia, dopo che l'Italia ha negato agli Stati Uniti l'uso della base. Una decisione che risale a qualche giorno fa. Il diniego del ministro della Difesa Guido Crosetto è partito quando si è appreso del piano di volo di alcuni asset aerei Usa, che prevedeva di atterrare a Sigonella per poi partire verso il Medio Oriente.
Nessuno però aveva chiesto alcuna autorizzazione, né aveva consultato i vertici militari italiani: il piano era stato infatti comunicato mentre gli aerei erano già in volo e dalle verifiche è emerso che non si tratta di voli normali o logistici e quindi non sono compresi nel trattato con il nostro Paese. Secondo gli accordi, infatti, nel caso in cui gli Stati Uniti intendano invece utilizzare una loro postazione come trampolino di lancio per scopi bellici - come gli attacchi a Teheran - serve l'ok del governo italiano.
I primi patti che ne regolamentano l'utilizzo risalgono al primo dopoguerra: il Nato Sofa del 1951, poi il Bilateral infrastructure agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d'intesa Italia-Usa del 1995.













