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31 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 8:56
Una previsione azzardata, se non del tutto fallace. A un mese e qualche ora dall’inizio dell’operazione “Epic Fury“, l’Iran immaginato dall’amministrazione Trump si sta rivelando una chimera. “L’Iran è più debole che mai“, spiegava il segretario di Stato Marco Rubio in un’audizione al Senato il 28 gennaio, giorni in cui emergevano le prime stime sulle stragi con cui il regime aveva sedato le proteste che da dicembre incendiavano le piazze. Una convinzione che Washington si porta dietro da anni, almeno da quando nel 2023 è stata messa per iscritto nel programma per i primi cento giorni di mandato elaborato da una serie di think tank ultra-conservatori sotto l’ombrello della Heritage Foundation per colui che nel novembre 2024 sarebbe diventato il 47° presidente degli Stati Uniti.
“In primo luogo, gli Usa devono impedire all’Iran di acquisire tecnologia nucleare e mezzi di lancio, e in senso più ampio bloccare le ambizioni iraniane”, teorizza il Project 25, tratteggiando la motivazione in base alla quale mettere nel mirino gli ayatollah. “Ciò significa, tra l’altro (…) sostenere, attraverso la diplomazia pubblica e altri mezzi, il popolo iraniano che cerca la libertà nella sua rivolta contro i mullah; e garantire che Israele abbia sia i mezzi militari che il sostegno politico e la flessibilità per prendere quelle che ritiene essere misure appropriate per difendersi contro il regime”.











