La pazienza degli industriali è finita. E un ultimatum de facto è arrivato. Il taglio retroattivo agli incentivi per la Transizione 5.0 ha innescato una bomba a orologeria nei rapporti tra Viale dell’Astronomia e Palazzo Chigi. Il disinnesco, o l’esplosione, è fissato per mercoledì mattina alle ore 10, quando si aprirà il tavolo di confronto con l’esecutivo. Per gli imprenditori non ci sono più margini di trattativa, né compromessi al ribasso accettabili. Quello che il governo definisce un aggiustamento contabile, per le aziende è un credito esigibile. Una promessa tradita, ripetono da Confindustria dietro le quinte, che rischia di paralizzare il motore produttivo del Paese e trascinare lo Stato in una spirale di contenziosi legali senza precedenti.
L’atmosfera che si respira ai vertici dell’associazione degli industriali è elettrica e il vulnus non è di natura economica, ma istituzionale. Si tratta di investimenti già messi a terra. «C’è gente disperata, che piange», si ragiona nel vertice di Confindustria. «Aziende che hanno comprato macchinari, che hanno acceso mutui in banca basandosi sulle rassicurazioni ricevute a novembre, e che adesso vengono lasciate a piedi», si evidenzia. Il paradosso, agli occhi degli imprenditori, è che a far saltare il banco sia un esecutivo che ha fatto della difesa del tessuto produttivo nazionale una bandiera elettorale. Per coprire i buchi di bilancio e limare i decimali per non sforare il 3% di deficit, il Ministero dell’Economia avrebbe deciso di fare cassa sulle spalle di chi produce, drenando risorse preziose per dirottarle su altri fronti.












