Una frase semplice, ma che suona come una reprimenda a una stagione che ha ridotto il confronto a rissa permanente, smarrendo la capacità più difficile: tenere insieme. Quella di Zuppi pare la risposta teologica a ciò che potrebbe essere definita come «la sindrome di Palazzo Chigi» che, negli ultimi vent’anni, ha contagiato leader molto diversi tra loro: Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi nel 2016 e oggi Giorgia Meloni. Lo schema è sempre lo stesso: piegare il referendum da giudizio su una riforma a conferma della propria leadership. La risposta è stata sempre: No. E non tanto al quesito, quanto al tentativo di forzare l’equilibrio istituzionale. È un riflesso quasi antropologico. L’Italia non si riconosce nella persona sola al comando. Può anche premiarla, come accade a Giorgia Meloni, ma se avverte una torsione del sistema, reagisce e lo riporta entro i suoi limiti. Eppure, nella situazione presente, il quadro è meno lineare. Giorgia Meloni continua a godere, con quasi 11 milioni di voti, di un consenso rilevante, mentre si avvicina alla fase più delicata della legislatura: quella delle scelte concrete che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini, sanità, fisco, caro bollette, sicurezza, ora che i conti sono stati rimessi in ordine. Nella Prima Repubblica il rapporto con gli elettori era diverso. I partiti disponevano di una classe dirigente radicata sul territorio, plurale e competitiva.
Giorgia valuti il Meloni 2. Bisignani: crisi lampo, rinnovo della squadra e ripartenza sui temi
Da uno zucchetto rosso è arrivato lo schiaffo più sferzante alla politica italiana occupata solo a fare gazzarra attorno al referendum. ...













