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28 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:02

Nella temperie politica del momento, distratti dai casi Delmastro, Santanchè and co. e dalla vittoria del No, si tende a dimenticare il vero punto debole di Giorgia Meloni, che peraltro la sua capacità di leadership riesce a non far distinguere. E si può esattamente far risalire all’estrazione comune di una gran parte della classe dirigente meloniana, tempratasi non solo e non tanto dinanzi alla fiamma che nel simbolo di Fratelli d’Italia indica la continuità con il Movimento Sociale Italiano, ma in una destra-destra davvero sui generis.

Meloni e tanti suoi più stretti collaboratori e interlocutori, a ben vedere, hanno in comune radici che vanno dalle varie correnti romane dell’Msi, come i Gabbiani, agli ex ‘rautiani’ (Pino Rauti fu il leader di una sorta di sinistra dell’Msi, che voleva riportarsi a una maggiore fedeltà verso le radici ideologiche nazional-popolari rivoluzionarie) e persino in fondo ai post-fascisti che si richiamavano vuoi alla Nouvelle Droite francese, vuoi addirittura a una certa re-visione delle basi culturali di riferimento del nazismo (aderendo a una certa lettura di Nietzsche, dell’esoterismo, del neo-paganesimo, di Heidegger, e via elencando).