Segnalare illeciti sul luogo di lavoro in anonimato. Una pratica disciplinata dalla legge che si trasforma in strumento di trasparenza, salvo condannare chi sceglie di parlare a subire ripercussioni da parte dei colleghi. Come accaduto alla nostra lettrice, che racconta la sua storia in anonimato
di Sarah Barberis,
Non è una questione semplice per noi italiani, quella del whistleblowing: in una cultura dell’omertà radicata, dove tacere e subire è spesso considerato un atteggiamento virtuoso, la pratica di segnalare illeciti sul posato di lavoro in anonimato è ancora guardata con sospetto, soprattutto quando a farlo è una donna. In Italia, il whistleblowing sta diventando sempre più centrale come strumento di trasparenza, ma resta un percorso arduo. Secondo i dati del Dipartimento della Funzione Pubblica, circa il 40% delle segnalazioni nel settore pubblico proviene da donne, spesso in ruoli dirigenziali o tecnici, e le conseguenze personali e professionali possono essere pesanti: isolamento, trasferimenti, mobbing e ostacoli sistematici che chi denuncia deve affrontare quotidianamente. Raccontare una vicenda di whistleblowing non è mai semplice: richiede coraggio, resilienza e capacità di trasformare l’esperienza in consapevolezza. Come mostrano numerosi casi, denunciare illeciti significa esporsi a un sistema che, invece di proteggere chi ha avuto il coraggio di parlare, tende a vittimizzarlo. Ed è proprio su questa linea sottile tra legge, cultura organizzativa e sicurezza personale che commentiamo questa settimana la storia di Emilia, con il contributo di Francesca Parviero, esperta in cultura del lavoro inclusiva ed equa ed empowerment femminile, che per questa lettrice ha consultato anche due figure chiave della struttura delle risorse umane aziendali, un avvocato del lavoro e una responsabile delle risorse umane.







