Èl’incertezza la vera regina sui mercati finanziari, con le borse che alternano sedute con ribassi – anche pesanti – a tentativi di rimonta. Ecco, quindi, che anche le banche centrali navigano a vista, in uno scenario sempre più dipendente dalle questioni geopolitiche e dai dati macroeconomici in arrivo. Numeri che – alla luce del rally delle materie prime energetiche – fanno tornare in primissimo piano i rischi di inflazione. Le tradizionali “forward guidance”, ossia le aspettative per i tassi nei mesi successivi da parte dei banchieri centrali, sono ben poco nitide.

L’INTERVISTA

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È però chiaro che le possibilità di altri tagli ai tassi sono sempre più remote, mentre quella di un inasprimento del costo del denaro è salita significativamente in questi ultimi giorni. Nei giorni scorsi sia la Federal Reserve, che la BCE, la Banca d’Inghilterra e la Banca centrale giapponese hanno tenuto i tassi fermi, mostrando però cautela. I target sull’inflazione al 2% appaiono più lontani. Sui mercati si è visto un generale rafforzamento del dollaro, con il cambio fra l’euro e la moneta americana che è sceso verso 1,15. «La Federal Reserve non ha mosso i tassi, confermandoli nella forchetta 3,50% - 3,75%, ma nel suo ultimo meeting ha usato toni non particolarmente accomodanti», ha spiegato Stefano Gianti, Education Manager & Analista presso Swissquote: «I banchieri si attendono un solo taglio ai tassi entro fine 2026 e un successivo nel 2027, ben più lontano – quindi – rispetto a quanto ipotizzato soltanto un mese fa.