C’è una domanda che, dopo la pandemia, ci riguarda tutti: quanto siamo davvero pronti di fronte alla prossima minaccia infettiva? La risposta, oggi, passa anche dall’intelligenza artificiale. Non è più solo una tecnologia che organizza dati o suggerisce contenuti. Sta entrando nel cuore della medicina, cambiando il modo in cui si progettano i vaccini. E potrebbe fare la differenza tra anni di attesa e pochi giorni di ricerca. A raccontare questa svolta è uno studio pubblicato su Nature Reviews Microbiology, firmato da Rino Rappuoli, direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, insieme a Emanuele Andreano e Jason McLellan dell’Università del Texas.

Dalla ricerca lenta alla velocità dei dati

Per oltre un secolo sviluppare un vaccino ha significato procedere per tentativi, con tempi lunghi e risultati incerti. Un processo complesso, spesso lento, che richiedeva anni di lavoro. Oggi qualcosa sta cambiando. L’analisi computazionale di enormi quantità di dati biologici permette di individuare in pochi giorni quei bersagli – gli antigeni – che possono stimolare una risposta immunitaria efficace. È un cambio di passo netto: non più solo osservazione e sperimentazione, ma previsione, modellizzazione e progettazione.