Le prime volte che ti avvicini all’intelligenza artificiale – un po’ prevenuto, tentennando e con una sorta di timore reverenziale – sei portato inevitabilmente a “sminchiare” tutto. «Vabbè, questa risposta è banale. Grazie, lo sapevo anche io», ripeti a te stesso per non sentirti inferiore rifiutando l’aiuto di qualcosa di troppo tecnologico, troppo moderno e misterioso. Poi, però, appena smanetti, quella che era una minaccia diventa a poco a poco un’amica, una confidente. «Chat, guarda questa foto della mia caviglia gonfia: cosa può essere?» e lei ti snocciola una serie di ipotesi, diagnosi, cure, esami da fare coccolandoti come se fosse sia un luminare della traumatologia che il migliore degli strizzacervelli. Che figata. E allora ci prendi gusto: «Chat, mi riassumi la vicenda di Garlasco?». Oppure: «Chat, come faccio a collegare il telefono al televisore?».
E, in pochi secondi, ti trovi tutto pronto nei dettagli, tutto riassunto schematicamente senza far fatica. Una magia, soprattutto per i pigri, per i “filoni” e per chi – diciamolo con un eufemismo – a scuola traballava e il programma più culturale che segue, di solito sui social, è il “Grande Fratello Vip”. Sì, insomma, l’intelligenza artificiale, è utile, anche quando utilizzata artificialmente (e dunque non facciamo fatica a credere ai cervelloni che ci spiegano come, ad altissimo livello, rappresenti un’invenzione che già sta rivoluzionando il mondo, e in meglio, viste le inimmaginabili potenzialità). E però, mantenendo la nostra visione - per così dire - “dal basso”, se esageriamo nel suo utilizzo scordandoci che resta comunque uno strumento da indirizzare, il rischio è che ci illuda di poterci trasformare tutti in novelli Einstein. E proprio quel momento è l’inizio della fine. Che poi, l’IA (o AI con la sigla in inglese), in realtà è tutto meno che arrogante e, anzi, si mette in discussione con umiltà e basta fare piccoli esperimenti per capirlo. Se gli chiedete, per esempio, «Chat, come faresti l’attacco di un articolo in cui voglio dire che l’intelligenza artificiale è una figata, ma non ci fa diventare dei geni?», lei vi darà una serie di proposte classificate per “Diretto e giornalistico”, “Più ironico”, “Narrativo” («La prima volta che ho usato un’IA per scrivere qualcosa, ho pensato: “Ok, adesso sono diventato bravissimo.” Poi ho riletto il risultato. E ho capito che no, non funziona così.»), “Taglio critico”, “Più evocativo” o “Più tagliente” («L’intelligenza artificiale può scrivere meglio di molti di noi. Ma non può pensare al posto nostro. E quando ci proviamo, il risultato si vede»), ma senza mai cercare di fregarvi o ingannarvi.






