“It’s raining men” cantava Geri Haliwell nel 2001, e in una famiglia dello Utah è successo qualcosa di simile: su ottantanove nascite, in tre secoli, si è avuta una schiacciante maggioranza (67%) di maschi. Molti più del previsto, quindi, se si considera che le probabilità di nascita di un maschio e di una femmina sono uguali, dato che il sesso del nascituro è deciso dal ventitreesimo cromosoma portato dallo spermatozoo, che può essere in egual misura X oppure Y.
Uno studio appena pubblicato come preprint su bioRxiv da un gruppo di ricercatori dell'Università dello Utah mette in evidenza questa anomalia, così marcata da far pensare all’azione di un raro meccanismo genetico capace di “truccare” le regole dell’ereditarietà.
Analizzando uno degli archivi genealogici più grandi al mondo - lo Utah Population Database, con decine di migliaia di genealogie americane che risalgono al Settecento e una proporzione generale di maschi del 50,2%, quindi in linea con le attese - gli scienziati hanno trovato una linea familiare in cui, per sette generazioni consecutive, sono nati molti più maschi del previsto. E non si tratterebbe soltanto di casualità: la spiegazione coinvolgerebbe i cosiddetti “geni egoisti”, ovvero geni capaci di violare le leggi di Mendel e di trasmettersi più spesso del 50% atteso, a discapito dei loro concorrenti.







