Quel puzzo di sigaro l’ho conosciuto anche io. E con la mano che disegnava un cerchio nell’aria. Un ragionatore, Umberto Bossi, che nei comizi ci andava pesante ma che al tavolo della politica sapeva trattare per portare a casa i risultati promessi al suo popolo. Ci “trattai” anche io. Fu al tempo della devolution, la sfortunata riforma della Costituzione che poi si fermò: probabilmente era troppo presto. C’erano musi lunghi al governo, e trasparivano. Berlusconi era il capo dell’esecutivo - parliamo degli anni tra il 2003 e il 2005 se la memoria non ci inganna - e quella riforma, un federalismo molto spinto, trovava resistenze. A partire da Alleanza Nazionale e certo Fini non lo mandava a dire.

La devolution- un massiccio trasferimento di poteri dallo Stato alle regioninon poteva essere digerita così. E il presidente di An voleva un segnale chiaro anche in favore di Roma, la Capitale, che doveva finalmente entrare in Costituzione col suo rango. Fini disse a Bossi, «devi parlare con Storace per Roma». Capirai, l’inventore di “Roma ladrona” a confronto con il presidente della regione della Capitale, il Lazio.

Ci vedemmo e parlammo. Lui, Umberto, disse: «Che cosa vuoi?». E io risposi con un’altra domanda: «Solo Roma non può essere federale?». Da lì Bossi smise di parlare di Roma ladrona - io obiettavo con il mio slogan preferito “Roma padrona del suo destino”, semmai - e accettò di discutere dei poteri legislativi da conferire alla Capitale, doveva portare a casa il risultato che si era prefissato. Scrivemmo il testo e poi la stretta di mano.