Con la scomparsa di Umberto Bossi si chiude anche un capitolo meno studiato della sua lunga parabola politica: quello del cibo come lessico identitario. Un archivio simbolico potente — l’archivio gastronomico del bossismo — costruito nel tempo con la stessa ostinazione con cui il Senatùr sosteneva le ragioni del Nord. Bossi non è mai stato un politico da tavola imbandita, da ristorante d’autore, nemmeno da racconto gastronomico privato. Eppure ha fatto della cucina popolare “padana” un vero e proprio vocabolario politico: polenta, luganega, risotto, vino rosso, sagra, casoncelli e fumo di sigaro. Una gastronomia deliberatamente opposta allo stereotipo della dieta mediterranea, assurta a marcatore culturale prima ancora che di gusto.

Le radici di questa scelta affiorano già nel primo raduno di Pontida, il 20 maggio 1990. Le cronache dell’epoca raccontano di furgoncini con panini e luganega, altoparlanti, gruppi folkloristici, un’atmosfera da sagra paesana che si affianca al comizio politico. In quell’occasione, Bossi non salì su un palco neutro, ma dentro una scenografia alimentare precisa, lombarda, popolare, rumorosa. Era già lì, in nuce, tutta la poetica collaterale del movimento: la politica come festa di piazza, la grigliata come atto comunitario e identitario.