Figlio di una terra di fabbriche e di saracinesche da aprire la mattina presto, non aveva mai lavorato. Ma era dotato di fiuto politico e seppe trasformare in un grande partito i discorsi dei bar

Bossi mostra l’ampolla con l’acqua del Po (1996)

Sono passati molti anni. Umberto Bossi non era più il capo della Lega, lo avevano scaricato a Bergamo nella serata delle scope, quando i suoi ex sodali, sul palco di un improvvisato teatro, avevano scopato via le nefandezze del Trota, il figlio, accusato di aver ricevuto piccoli favoritismi. Mi telefonò Nicoletta Maggi, la fedele segretaria di Bossi, anche lei, come il capo, sfrattata da via Bellerio, sede della Lega. “L’Umberto ti darebbe un’intervista”. Sobbalzai. Erano anni, da dopo la malattia, che Bossi era protetto ma forse è meglio dire commissariato dal famoso cerchio magico – a capo c’erano la moglie Manuela e la Rosy Mauro, l’ex custode della vecchia sede di viale Monza divenuta vicepresidente della Camera – e non parlava più con i giornalisti. Lavoravo, a quel tempo, a La Stampa.

Nicoletta mi fissò un appuntamento a Montecitorio perché l’Umberto non era più senatùr, era unurevùl. Mi accompagnò lungo un corridoio fino alla poltrona dove Bossi, che del divieto di fumare se ne infischiava, stava godendosi il solito sigaro.