Le sfide interne alla Lega Nord non sono mai state semplici, solo in due hanno battuto il capo: prima quello che era "un amico fraterno", Roberto Maroni, poi Matteo Salvini, il discepolo "che tradisce il Nord".

"La gente urlava secessione, non successione", sorrideva Umberto Bossi quando nell'estate 2011 impazzava il dibattito sul suo erede e a Pontida la folla acclamava (quasi) solo lui.

In quel periodo, però, era chiaro come il partito non fosse più monolitico.

Già qualche anno prima era stata scartata l'ipotesi del passaggio di consegne in famiglia. Altro che delfino, il figlio Renzo fu bollato dal padre come "trota", nomignolo da cui mai si è liberato. Il politico più vicino a Bossi è sempre stato Maroni, 14 anni più giovane, già al suo fianco quando a fine anni '70 avviò la sfida autonomista da Varese. E quando il caso Belsito indebolisce il Senatùr, è quasi inevitabile il passaggio di consegne, sancito plasticamente dalla celebre "serata delle scope" di Bergamo nel 2012. Una transizione complessa, con qualche colpo vietato, come la direttiva - che sarebbe stata suggerita da Bossi alle segreterie leghiste - di non far partecipare Maroni agli incontri pubblici del partito.

Ad aprile va in scena la pace davanti al risotto verde di Besozzo, ma nel giro di un mese il 'capo' torna alla carica, si candida a sorpresa, salvo doversi arrendere il primo luglio, al Forum d'Assago, al voto del congresso, che elegge Maroni segretario. "Bisognava impedire che la Lega si distruggesse.