Umberto Bossi è morto e quindi la sinistra, che lo ha detestato e insultato, ora gli fa l’elogio funebre, più o meno come è capitato con Silvio Berlusconi. Non perché si sia pentita o lo rimpianga, ma solo per usarlo come un randello contro nemici di oggi, in primis Matteo Salvini, che del Senatùr è il successore e ha portato la Lega a vette che il fondatore mai aveva neppure immaginato.

La rivisitazione storica spesso coincide con l’arte della falsificazione. Atteniamoci pertanto ai fatti e ai detti del compianto protagonista. Domani gli italiani sono chiamati a votare per confermare la riforma della magistratura, varata dal governo e politicizzata e osteggiata da Elly Schlein e compagni. Sarà un caso, ma nei mille frammenti di ricordi che in queste ore contribuiscono a ricostruire la personalità di Bossi, non ce n’è uno che rievochi la sua seconda battaglia più tenace. Stiamo parlando della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. «La nostra riforma serve a garantire che chi accusa non giudichi mai. È la base di uno Stato civile», disse il Senatùr in tv, a Porta a Porta, nel 2003, nel presentare il progetto di legge del suo ministro, Roberto Castelli, per cinque anni Guardasigilli del governo Berlusconi.