Separare le carriere dei magistrati giudicanti (i giudici) da quelle dei requirenti, vale a dire i pm, coloro che esercitano l’accusa nel processo penale. È questo il punto del ddl costituzionale da cui ha preso il nome la riforma della giustizia e che rimodella l’articolo 102 della Costituzione. Fino ad oggi, infatti, sia i giudici che i pm sono appartenuti allo stesso ordine, scegliendo - dopo l’entrata in magistratura tramite un unico concorso pubblico - se svolgere la funzione di giudice o di pm. Il passaggio dall’una all’altra funzione, in base alla riforma Cartabia è stato ridotto a una sola volta nell’arco della carriera.
Con la riforma, invece, verranno costituiti due percorsi distinti, con - come è probabile - due diversi concorsi pubblici di accesso per lo svolgimento dei due diversi ruoli. In questo senso i programmi concorsuali potrebbero diventare più specializzati. Per i favorevoli questo meccanismo rafforzerà l'imparzialità dei giudici, per i contrari rischia di produrre una gerarchizzazione dei pm e la fine di una giurisdizione unitaria.
Separate le carriere dei magistrati, andranno separati anche gli organo di autogoverno. Se al momento esiste un unico Consiglio superiore della magistratura che, oltre alla tutela dell’indipendenza dell’Ordine, si occupa delle progressioni di carriera e dei provvedimenti disciplinari, con la riforma diventeranno due: un Csm dei giudici (giudicante) e un Csm dei pm (requirente). A presiederli entrambi sarà ancora il presidente della Repubblica, così come non cambieranno i membri di diritto: il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione.









