La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati continua a far discutere, soprattutto là dove si teme, a torto o a ragione, che i suoi effetti possano pregiudicare le libertà dei cittadini.Ed è naturale che la discussione avvenga anche tra gli addetti ai lavori, in primis i giuristi (giudici, avvocati, studiosi).
Così come è naturale che possano esserci valutazioni diverse tra di essi. Si tratta di un fatto fisiologico e direi anche sano. Il libero confronto delle opinioni è fondamentale per la vita democratica. Aiuta i decisori (che, in questo caso, potrebbero anche essere i cittadini, nell’eventualità di un referendum approvativo della riforma costituzionale) a meglio soppesare le proprie valutazioni.
Con questo spirito «costruttivo» vorrei manifestare il mio disaccordo rispetto a quanto sostenuto su questo giornale (meritoriamente impegnato a concorrere a questo dibattito “a più voci”) dalla Professoressa Giovanna De Minico il 2 luglio scorso a pagina 14 .Non condivido, in particolare, la conclusione secondo cui la riforma metterebbe in pericolo le liberà dei cittadini consegnando a un Pm «separato» poteri destinati ad espandersi in modo virtualmente illimitato, con il rischio ulteriore di soggiogarlo a una polizia giudiziaria che nei fatti non sarebbe più diretta da esso (art. 109 Cost.), ma finirebbe per «catturarlo» in una spirale destinata ad alimentare «tirannia» e «titanismo istruttorio».






