C'è un malinteso di fondo, o più probabilmente, una voluta strumentalizzazione, nella discussione sulla riforma della magistratura, su cui i cittadini saranno chiamati ad esprimersi la prossima primavera, in occasione del referendum confermativo.

I fautori del Sì, favorevoli a separazione delle carriere, sorteggio dei componenti togati in seno ai due nuovi Csm (uno per giudici, l'altro per pm) e istituzione dell'Alta Corte disciplinare, sostengono che, attraverso queste novità, sarà contrastato l'eccesivo potere delle "correnti" e la politicizzazione della magistratura.

Ammesso che ciò sia vero, di quale quale politicizzazione stiamo parlando?

La "politica" esercitata dalle "correnti" appartiene ad un dibattito interno alla magistratura ed è espressione del dibattito su diverse visioni relative al ruolo di giudici e pm; su differenti idee su come gestire gli uffici e affrontare le questioni che riguardano la giustizia. Tutto normale e legittimo. Le "correnti", come luogo di dibattito e di pensiero hanno avuto un ruolo determinante, nel corso degli anni, nel realizzare una giustizia attenta ai diritti di tutti i cittadini, alle questioni ambientali e del lavoro.

Le contestate degenerazioni delle "correnti", emerse in tutta la loro pervasività con lo scandalo Palamara, riguardano non una presunta deriva politica, intesa come adesione a partiti o movimenti politici, quanto al ruolo che le "correnti" hanno assunto, più recentemente, nella spartizione degli incarichi direttivi (procuratori e presidenti di uffici giudicanti) e nella difesa dei rispettivi iscritti nel caso di procedimenti disciplinari. Con la politica, intesa come adesione a partiti o movimenti politici, non c'entrano nulla.