Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 16:46

di Davide Di Pisa

I cittadini sono chiamati alle urne per decidere sulla cosiddetta separazione delle carriere, una riforma che promette un processo più giusto, un giudice più imparziale e un pubblico ministero (pm) meno influente, facendo leva sulla diffusa percezione degli italiani di una giustizia lenta e inefficiente. Ma quello che viene nascosto dietro questa narrazione seducente è una riforma che non solo non risolve alcun problema reale, ma vuole scardinare i principi costituzionali che garantiscono l’indipendenza della magistratura. Troppe cose non tornano, e saltano subito agli occhi.

I promotori della riforma sostengono che il “pendolarismo” tra giudice e pubblico ministero minacci la terzietà del giudice. La realtà? La legge già oggi permette un solo passaggio tra le funzioni, in casi eccezionali e con l’approvazione del Csm, coinvolgendo una percentuale minima di magistrati. Forse costruire un’intera riforma costituzionale su questo punto significa usare un’espediente accattivante come pretesto politico acchiappavoti. Primo campanello di allarme.