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18 DICEMBRE 2025

Ultimo aggiornamento: 14:12

Il dibattito sulla separazione delle carriere dei magistrati può essere analizzato da tre punti di vista: quello tecnico, quello del cittadino e quello politico.

Cominciamo dalla parte tecnica. Di cosa si parla? È un argomento che pochissimi conoscono, perciò lo illustriamo in modo elementare: un tizio ruba un’auto, la polizia lo arresta e quindi il giorno dopo finisce in un’aula di Tribunale per essere processato. Nell’aula ci sono il suo avvocato, che lo difende, e il Pubblico Ministero, che lo accusa. Seduto sullo scranno più alto, invece, c’è il giudice, che dovrà decidere se assolverlo o condannarlo. Il giudice e l’avvocato si danno del lei e mantengono un contegno formale, al contrario di quanto accade per il pm, che non solo si dà del tu con il giudice, ma che forse la sera prima era a cena a casa sua. Come mai questa differenza di atteggiamenti? Perché, essendo entrambi magistrati e colleghi, hanno logicamente un rapporto informale e amichevole. C’è un evidente squilibrio fra le parti. Anche se quel giudice è assolutamente imparziale, l’imputato e il suo difensore avranno sempre il sospetto/timore che possa favorire il collega pm sposandone la tesi accusatoria. Inoltre, appartenendo entrambi alla magistratura, oggi pm e giudici possono scambiarsi i ruoli, per cui gli inquirenti hanno la possibilità di diventare giudicanti e viceversa. E probabilmente nella nuova funzione conserverebbero l’atteggiamento mentale della precedente, cioè garantista per l’ex giudice e manettaro per l’ex pm.