Più che una crisi del padre, è una crisi della funzione adulta, in una società che chiede ai figli di adattarsi in fretta, ma fatica a riconoscere i bisogni e offrire una prospettiva di futuro. «Della crisi dell’autorità paterna si parla dagli inizi degli anni Sessanta», osserva Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, ricordando il declino delle istituzioni che svolgevano una funzione paterna riconosciuta, dallo Stato alla Chiesa, dalla scuola alla famiglia tradizionale. Ma oggi, sostiene, il punto è un altro: «è vero che il cambiamento dei ruoli ha implicato una trasformazione, con la riorganizzazione delle relazioni in famiglia. Ma il problema è che mentre tutti cercavano il padre, è mancata una funzione di riconoscimento dei bisogni base di bambini e adolescenti e delle emozioni base: la paura, la tristezza, la rabbia». Gli adulti dicono di ascoltare di più i figli rispetto alle generazioni precedenti, ma spesso si tratta di «un patto tradito», di un ascolto intermittente dentro una società in cui «non ci sono mai stati adulti così concentrati sui fatti propri». Si chiede ai bambini autonomia precoce, capacità di separazione, adattamento rapido, perché madri e padri devono tornare subito alla produttività. In questo contesto anche la funzione paterna si è confusa. «Abbiamo cercato a lungo di capire cosa volesse dire svolgerla oggi, ma non è mai emersa una definizione davvero convincente», sottolinea Lancini.
Lancini: padri, lavoro e tecnologia. La crisi della funzione adulta
Il vero problema, sottolinea lo psicoterapeuta, è «perché i padri oggi non aiutino i ragazzi a rioccupare le strade»









