Non esistono più o quasi i padri di una volta, tanto autoritari quanto assenti, esentati per nascita e tradizione da ogni compito di cura e casalingo, come è stato quello del pedagogista e divulgatore Daniele Novara che «avrà parlato con me in totale una o due ore in tutta la vita». I papà contemporanei leggono libri su svezzamento e addormentamento, conoscono i nomi delle maestre e dei compagni di scuola, inorridiscono alla parola “mammo” e non si sottraggono alle visite mediche, alle sessioni di parchetto e ai compleanni popolati da bimbetti urlanti.
L’ultimo libro di Novara “Il papà peluche non serve a nulla. Il padre educativo: la nuova figura di cui i figli hanno bisogno”, indaga sull’eredità del Sessantotto, che ha spodestato il classico padre padrone per lasciare spazio «a una figura affettiva e complice, pallida e fragile, frutto dell’età del narcisismo». Il ribattezzato «papà peluche».
Ma che se ne fa un figlio di un papà che lei nel libro descrive come «un compagno di giochi, che gliele dà tutte vinte per non ripetere gli errori subiti, sempre a disposizione e che gliele dà tutte vinte per non commettere gli errori subiti»?
«Nulla. Il libro è un invito a ripensare il ruolo del padre non in termini di complicità, che è lo stile oggi prevalente, ma di responsabilità educativa: è il padre educativo è la nuova figura di cui i figli hanno bisogno. Il “papà peluche” è l’erede diretto del padre padrone, nel senso che ne è la sua versione speculare. Sente di dover essere sempre presente perché suo padre è stato assente. Se il padre padrone non ascoltava, il papà peluche ascolta e vuole essere ascoltato all’infinito. Ama le parole, i lunghi spiegoni: è la reazione opposta al fatto che i nostri padri non cercavano di convincere ma si imponevano, volevano farsi obbedire».












