Charles Darwin osservava i figli con la stessa curiosità con cui studiava i fringuelli. Martin Lutero scrisse che Dio sorride quando un padre si prende cura dei bisogni del proprio bambino e dopo l’incidente motociclistico del 1966, Bob Dylan si allontanò dal circo mediatico e si ritirò per qualche tempo nella dimensione domestica in cerca di quiete. Lo stereotipo preferisce raccontare padri severi e autoritari, tuttavia, esiste un’altra figura, meno visibile ma altrettanto importante.

Ne parla Paternità. Una storia di amore e potere, il saggio firmato da Augustine Sedgewick (pubblicato in Italia da Il Saggiatore) che, attraversando secoli di storia, dimostra come il ruolo del padre sia radicalmente, del resto, sin dalle antiche società della Mesopotamia, il padre era responsabile della discendenza e della continuità della famiglia ma non custodiva soltanto beni e autorità, rappresentava la memoria valoriale dell’intero nucleo domestico, Ma si tratta di un ruolo con una forte valenza sociale e non mancano i paradossi celebri che lasciano di stucco: Charles Dickens, l’autore di Canto di Natale, celebrato come il grande cantore dell’infanzia nella letteratura vittoriana, ebbe un rapporto glaciale con i suoi dieci figli, alcuni furono mandati nelle colonie dell’Impero, tra Australia e India, spesso percepiti più come un peso che come una gioia. Un altro caso emblematico è quello di Jean-Jacques Rousseau, l’autore Emilio o dell’Educazione, il trattato che rivoluzionò il modo di pensare l’educazione, abbandonò i suoi figli, affidandoli alla ruota degli esposti di Parigi, nella convinzione che lo Stato sarebbe stato più equo nella loro formazione. Sigmund Freud, invece, trasformò la famiglia in un laboratorio della mente infantile, osservando gli eredi con lo sguardo dello scienziato, saggiando le sue stesse teorie.