Le chiamano “dimissioni silenziose”, un fenomeno di cui negli ultimi anni si sta parlando sempre più spesso
di Sarah Barberis
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C’è un equivoco diffuso attorno al quiet quitting: viene spesso raccontato come disaffezione generazionale o pigrizia mascherata, mentre segnala ben altro. Secondo diverse ricerche internazionali, il 43% di chi pratica, consapevolmente o meno, il quiet quitting indica la mancanza di riconoscimento come causa principale del disimpegno, e il 41% dichiara di sentirsi poco apprezzato per il proprio contributo. Non si tratta quindi di lavorare meno, ma di smettere di dare più di quanto venga valorizzato. Se si guarda alle donne, il quadro si fa ancora più netto. Il 51% delle lavoratrici afferma che il proprio valore non è riflesso nello stipendio, mentre quasi una su due segnala opportunità di crescita limitate. Una forma di svalutazione che spesso passa dal demansionamento implicito, dall’assegnazione a compiti meno strategici o dall’assenza sistematica di riconoscimento formale. In questo contesto, il quiet quitting diventa meno una scelta individuale e più una risposta razionale: ridurre l’investimento emotivo e professionale quando il lavoro smette di riconoscere competenze, ambizione e tempo. Molte lavoratrici si rimproverano per questa mancanza di motivazione al lavoro, mentre arrendersi potrebbe essere una risposta funzionale a un sistema disfunzionale. Nella storia di oggi Elvira ci parla apertamente di depressione legata al lavoro, ma la psicologa femminista Camilla Hennig la invita a guardare questo fondo di tristezza in modo strategico: e se fosse proprio la demotivazione la strada verso una nuova vita? E se investire meno energie in un lavoro che non ricambia il nostro amore portasse nuova linfa ai nostri desideri e alla nostra progettualità? Cosa succede quando il quiet quitting diventa una risorsa inaspettata?






