Licenziata in tronco, come una collega tre anni prima: “Facciamo così – dicevano – perché se diamo il preavviso i dipendenti vanno in malattia”

di Sarah Barberis

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Un licenziamento improvviso non è mai solo un atto amministrativo. È una frattura che investe identità, sicurezza, relazioni, senso di appartenenza. E non colpisce tutte e tutti allo stesso modo. Le donne, più spesso degli uomini, arrivano a quel momento portandosi addosso contratti meno stabili, carriere frammentate, rientri da maternità, responsabilità di cura e un’età che il mercato del lavoro considera un problema. Dal punto di vista psicologico, uomini e donne tendono ad affrontare la perdita del lavoro con strategie diverse. Gli uomini ricorrono più spesso a un approccio operativo, orientato alla soluzione immediata. Le donne, invece, attivano reti di sostegno emotivo: parlano, condividono, chiedono ascolto. Questo viene talvolta letto come fragilità. In realtà, le reti emotive sono uno dei principali fattori di protezione nel tempo: permettono di elaborare il trauma, di non restare isolate, di trasformare una rottura in un percorso di ricostruzione. La storia di questa settimana mostra come, perfino in contesti di solidarietà e volontariato, le logiche di espulsione possano essere silenziose e asettiche. La lettrice espone la propria ferita in modo diretto ed eloquente. Questa rubrica nasce proprio per dare ascolto, non per offrire soluzioni immediate: spesso il riconoscimento della ferita è il primo soccorso, e può avviare un processo di trasformazione. Abbiamo chiesto alla Consigliera del lavoro Annalisa Valsasina di leggere questa storia e di offrirne un commento, per aprire la prospettiva e ricordare che la forza, spesso, passa dalla relazione, non dal risultato. Se desiderate raccontare la vostra storia potete scrivere a donnelavoro@repubblica.it e la redazione la valuterà