Distogliendo un momento lo sguardo dagli scenari di guerra, bisogna pur rifiatare. Leggo su una di quelle riviste che si trovano negli aerei un articolo lungo e dettagliato sul seguente fenomeno, che mi impegna in uno sforzo di comprensione fin dal lessico: le app di dating sono in burnout, sempre più persone preferiscono le esperienze Irl, specialmente la Gen Z. Lo so, non vi spazientite. Ci ho messo un quarto d’ora a decifrare l’acronimo Irl, che nelle sei pagine di testo è ripetuto dodici volte senza mai essere sciolto. Evidentemente tutti sanno cosa significhi, io no e – come dicevo – essendo in aereo non potevo usare internet. Vuol dire “in real life”, nella vita reale. Dunque la frase chiave di cui sopra dice che le applicazioni di appuntamenti in rete, quelle in cui si cerca qualcuno con cui trascorrere del tempo per esperienze le più varie, hanno stancato, anzi addirittura hanno generato stress da esaurimento emotivo, fisico e mentale. Burnout. Specialmente la generazione Z (anche qui, ogni volta devo cercare: sono i nati fra il 1997 e il 2012, hanno fra quindici e ventinove anni) è “emotivamente esausta” – dice la ricercatrice dell’Arizona State University che ha guidato il gruppo di studio – a causa dell’eccesso di “stanchezza decisionale” (troppo ampia l’offerta) e “ripetute esperienze di rifiuto”, “conversazioni lunghe, estenuanti e deludenti”. Entusiasta, il fondatore di una delle famose app dice di averla chiusa (“in fondo, stai solo collegando on line persone in base al loro aspetto”) e di aver aperto un’agenzia di eventi Irl: cioè organizza serate vere nel mondo reale per persone che cercano compagnia evidentemente non basandosi solo sull’aspetto ma, non so, sulla capacità di leggere nel pensiero. Un successone, dice. Seguono testimonianze di esperti e avventori. Cercare qualcuno sulla app, dicono, è comodo se sei in viaggio per una sera, ma anche scendendo al bar dell’hotel può essere che incontri qualcuno. Ma pensa. Che diavoleria. Sarebbe quasi da provare.