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Ultimo aggiornamento: 15:15
Nessun tremore nella voce, nessun cedimento apparente. Mark Antony Samson parla con tono pacato, quasi distaccato, davanti alla III Corte d’Assise di Roma, nell’aula bunker di Rebibbia, dove è imputato per il femminicidio della fidanzata Ilaria Sula, 24 anni, uccisa un anno fa nell’apprtamento del ragazzo in via Homs, nel quartiere Africano. “Lei non sapeva che avevo le password dei suoi profili, le avevo prese senza che se ne accorgesse”, ha dichiarato il giovane, spiegando come controllasse le conversazioni della ragazza, leggendo i messaggi scambiati con altri uomini. “Se devi capire se ami qualcuno, non ti metti su un sito di incontri”, ha aggiunto, delineando un quadro di gelosia e controllo ossessivo. Quando il pubblico ministero gli ha contestato che anche lui frequentava un’altra ragazza, Samson ha tentennato, per poi scegliere di non rispondere. In aula, presenti i genitori della vittima, con gli occhi lucidi e le magliette con il volto della figlia.
“Non so spiegare neanche io che cosa mi è preso, è come se mi fosse sceso un velo sugli occhi. Sentivo un misto di emozioni negative, non mi ricordo quante volte l’ho colpita sul volto, sicuramente più di due”, ha affermato ricostruendo i momenti dell’aggressione. Secondo quanto emerso dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, la giovane è stata uccisa con tre coltellate al collo. Il corpo venne poi nascosto in una valigia e abbandonato in fondo a un dirupo nella zona di Capranica Prenestina.











