dalla nostra inviata

La bellezza del panorama stride con la drammaticità del luogo che rappresenta. I tornanti di montagna che attraversano Capranica Prenestina, piccolo comune in provincia di Roma, ora diventati «la strada di Ilaria Sula». «È così che la chiamano in paese», dice Flamur, padre della 22enne uccisa dall’ex fidanzato, Mark Samson, il 25 marzo dello scorso anno e poi gettata nel dirupo che costeggia la strada. Era il 2 aprile quando le forze dell’ordine ritrovarono il corpo della studentessa di Terni: chiuso in una valigia e nascosto tra i rovi. I genitori di Ilaria vanno lì quasi tutti i fine settimana. Un pellegrinaggio doloroso e commosso per sentirsi più vicini alla loro «principessa» uccisa da quel giovane di cui non riescono nemmeno a pronunciare il nome. Anche sabato erano lì, a curare il memoriale costruito con amore. La madre Gezime pulisce la lapide della sua bimba. Strofina le foto togliendo la polvere da quel sorriso e da quegli occhioni azzurri che avevano in comune. Poi le bacia mentre una leggera pioggia le bagna il viso, mischiandosi alle lacrime che non smettono di scendere. Lo sguardo logorato dal dolore più grande che un genitore possa vivere. Il padre Flamur sistema il giardino intorno alla lapide. «Ti manderò un bacio con il vento e so che lo sentirai, ti volterai senza vedermi ma io sarò lì» si legge sul marmo nero circondato da fiori e peluche. Si stringono in un lungo abbraccio. Si fanno forza a vicenda, consapevoli che a marcare l’anima resterà una ferita che non si potrà mai rimarginare. Una ferita per la quale non conoscono la parola perdono.