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Ultimo aggiornamento: 19:59

Aiutò il figlio, Mark Samson, a nascondere il cadavere di Ilaria Sula, la 23enne uccisa a Roma nel marzo scorso con tre coltellate dall’ex fidanzato e poi gettata, chiusa in una valigia, in un dirupo a 40 chilometri dalla capitale. Per questo Nosr Manlapaz è stata condannata a due anni per il reato di occultamento di cadavere. Due giorni fa il giudice ha accolto la sua richiesta di patteggiamento della pena, concessa con sospensione condizionale. Ovvero non finirà in carcere.

In attesa del processo a Samson, il primo verdetto provca le proteste dei familiari di Ilaria, di origine albanese ma residenti in Italia da molto tempo. “Per noi non è giustizia questa – commenta Flamur Sula, padre della vittima, che viveva a Terni – Siamo rimasti malissimo dopo quello che abbiamo visto e sentito in un processo che dura solo cinque minuti. Parliamo di una persona che ha pulito litri di sangue di mia figlia buttati nel water”, ha ricordato ancora il padre della ragazza.

All’udienza in tribunale si sono trovati, per la prima volta, faccia a faccia i genitori di Ilaria e la madre di Mark, originaria delle Filippine. “La mia assistita, Nosr Manlapaz, si è detta da subito disponibile a qualunque iniziativa possibile per lenire il dolore di quella famiglia, ha chiesto scusa fin dalla prima sera ed è pronta ad incontrare i genitori di della vittima per chiedere il perdono”, spiega l’avvocato della donna, Paolo Foti.