Diventa sempre più difficile capire a fondo quali saranno le conseguenze della guerra in Iran. Si sono fatte molte ipotesi che, una dopo l'altra, sono già cadute nel pur breve periodo di tempo trascorso dall'inizio della guerra. Tutti erano allora d'accordo che il prezzo dell'energia sarebbe risalito ma che, probabilmente, sarebbe stato un sussulto di breve periodo, a cui sarebbe presto seguito un processo di normalizzazione. La risposta iraniana, che colpisce tutti i produttori di petrolio raggiungibili dalle armi dei Pasdaran, ha cambiato totalmente il futuro dell'energia.

Anche se il ruolo del petrolio e del gas è nettamente inferiore rispetto a quanto avvenne nelle altre grandi crisi energetiche, l'arrivo di una rottura così grave dei mercati ha riportato in primo piano il problema della futura sicurezza degli approvvigionamenti. La decisione di fare ricorso alle riserve strategiche mondiali ha evitato che il prezzo del petrolio impazzisse del tutto, ma non ne ha impedito la scalata, che arriva oggi intorno ai cento dollari al barile, mentre era vicino ai settanta all'inizio del conflitto.

I danni alle produzioni dureranno molto più a lungo di ogni previsione, ha obbligato a fare i conti su un inevitabile rallentamento dell'economia mondiale. I danni non si distribuiranno però in uguale misura nelle diverse aree geografiche, con l'Europa particolarmente vulnerabile in quanto fortemente dipendente dall'importazione di petrolio e gas. Tra i grandi paesi europei i più danneggiati sono la Germania e l'Italia, ancora pesantemente tributari dall'importazione di questi prodotti. Il massiccio contributo dell'energia nucleare rende infatti meno precaria la situazione francese e altrettanto avviene per la Spagna che, all'apporto anche se non preponderante del nucleare, aggiunge tuttavia un sostanziale primato nell'eolico e nel solare.