Karoline Leavitt, la portavoce della Casa Bianca, ha ribadito quello che da giorni i mercati sostengono attraverso i prezzi futures sulle materie prime. L'impatto della guerra sui prezzi dell’energia, ha detto la portavoce di Donald Trump, è un nodo di «breve termine». L’eliminazione del «regime terrorista canaglia iraniano», sono parole della Levitt, porterà la fine delle restrizioni dell’Iran al libero flusso dell'energia. E, si potrebbe aggiungere, a nuovo petrolio e gas sul mercato. Un concetto simile lo ha espresso anche il ministro dell’energia americano Chris Wright, spiegando che la Cina sta per pedere il secondo fornitore di petrolio su tre e che, dunque, i rincari sono un «piccolo prezzo» da pagare adesso, per avere energia più a buon mercato in futuro. La Casa Bianca, insomma, vuole suggerire “calma e gesso”. Del resto non sembra poter fare altrimenti. A Washington sanno bene che il conflitto in Iran, come sostengono i mercati, non solo non può durare all’infinito. Ma neppure troppo a lungo. I costi per l’America, in termini economici, e per la presidenza Trump, in termini politici, rischiano di essere elevati. Innanzitutto il costo delle armi scaricate sugli obiettivi iraniani, che già sta pesando tantissimo, vale a dire, secondo fonti autorevoli come Csis e Penn Wharton, circa 11 miliardi di dollari solo nei primi quattro giorni di operazioni, oltre a quasi un miliardo di dollari al giorno di costi operativi. E soprattutto, la strategia di attacco ai Paesi vicini da parte dell’Iran, che costringe l’America ad aiutare gli alleati a difendersi, può pesare moltissimo se la guerra dovesse andare avanti per troppo tempo. Un intercettore Patriot costa fino a 4 milioni di dollari, il drone iraniano che deve abbattere ne vale meno di 40 mila.Questa asimmetria dei costi dimostra che prolungare il conflitto è economicamente irrazionale.