Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

6 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:05

“Non sono per nulla preoccupato” per i prezzi del petrolio, aveva assicurato solo domenica scorsa Donald Trump all’intervistatore di Fox che gli chiedeva se dopo l’attacco all’Iran e con l’annunciata chiusura dello Stretto di Hormuz non temesse forti rincari. Ieri aveva già cambiato versione, ammettendo che “probabilmente aumenteranno“, ma che “alla fine diminuiranno”. Oggi, con la benzina salita a 3,25 dollari al gallone, secondo Politico alla Casa Bianca è in corso una “ricerca frenetica di opzioni” per calmierare i listini. Con la capo dello staff Susie Wiles che ha chiesto ai consiglieri di partorire proposte e il segretario dell’Energia Chris Wright impegnato a scovare qualche “buona notizia” da presentare al presidente.

Il problema è che la ripresa della produzione in Venezuela, su cui Trump pareva contare dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro, si sta rivelando molto più complessa del previsto. Le infrastrutture sono deteriorate e gran parte del greggio venezuelano è ultra-pesante, quindi richiede impianti specifici e diluenti per poter essere trasportato e raffinato. E anche la speranza che l’industria dello shale statunitense potesse aumentare rapidamente la produzione e supplire alla carenza globale di offerta si è rivelata mal riposta. Al massimo il comparto si avvantaggerà del rialzo dei prezzi globali per aumentare i propri profitti.