«Lo scenario migliore, naturalmente, è che la guerra finisce il prima possibile. Perché è una guerra che, come tutte, provoca troppi morti civili e anche delle ripercussioni economiche non secondarie, comprese quelle crisi che possono ripercuotersi sui Paesi più poveri. Noi parliamo tanto di petrolio, di gas, ma poco di fertilizzanti. Il rischio che questi Paesi corrono nei prossimi mesi direi, è di non avere più pane, di non avere più alimenti, quindi avere una sorta di carestia. D'altra parte, sin dall'inizio temevo che non sarebbe stata una guerra lampo: l'Iran si preparava a questa guerra ormai da anni, perché non volendo rinunciare al programma atomico, era prevedibile che prima o poi i negoziati sarebbero falliti e che ci sarebbe stato un attacco da parte israeliana, magari con il sostegno americano. Il punto è che l'Iran ha una struttura militare solida, missili, droni, lanciatori di missili; quindi, nonostante le distruzioni che hanno inferto certamente un duro colpo alle loro forze armate, può ancora resistere. L'attacco di oggi ha dato un altro colpo molto importante all'establishment di Teheran, però non credo che sia sufficiente a far arrendere gli iraniani, i quali hanno come obiettivo, sapendo di perdere con americani e israeliani, di creare il caos e quindi di mettere in difficoltà i paesi musulmani e sunniti, come i Paesi del Golfo. Questa è la strategia politica, secondo me, dell'Iran. La cosa migliore oggi sarebbe arrivare ad un accordo, sapendo bene che è quello che cercano gli americani: un'intesa con una nuova classe dirigente, modello Venezuela. Mentre gli israeliani puntano ad un cambio di regime totale. Questo è un po' quello che vedo oggi. Poi, ovviamente, c'è tutta la vicenda di Hormuz».