Trent’anni di osservazione, 20.000 uomini coinvolti e un verdetto che non lascia spazio a dubbi: lo screening per il tumore alla prostata riduce drasticamente la mortalità. I risultati a lunghissimo termine dello studio svedese Göteborg 1, presentati in questi giorni al congresso della European Association of Urology (EAU26) a Londra, rivelano che il beneficio della diagnosi precoce non solo è reale, ma aumenta esponenzialmente con il passare del tempo. Se dopo 15 anni era necessario invitare allo screening 311 uomini per salvare una vita, dopo 30 anni il numero scende a 161. In pratica, l’efficacia raddoppia sul lungo periodo. Tuttavia, nonostante questo successo innegabile, il percorso di prevenzione continua a presentare criticità profonde che dividono la comunità scientifica. Il nodo della questione non è più se lo screening funzioni, ma come effettuarlo senza causare danni collaterali ai pazienti sani.
Il Psa, indicatore non condanna
“Il problema principale risiede nel fatto che gli screening attuali individuano sia i tumori aggressivi che quelli a bassissimo rischio (le cosiddette forme ‘indolenti’), che non avrebbero mai causato problemi durante la vita del paziente”, spiega Orazio Caffo, direttore dell’Oncologia Medica al Santa Chiara di Trento, a margine del congresso Cipomo. “Il rapporto rischio-beneficio di fare approfondimenti diagnostici e biopsie non è sempre favorevole. Questi studi - continua l’esperto, che è anche coordinatore delle linee guida Aiom sul tumore alla prostata - si basano spesso su protocolli nati trent’anni fa, che utilizzano il solo valore del Psa come 'interruttore' per procedere alla biopsia”. Il Psa (Antigene Prostatico Specifico), pur essendo un indicatore utile, è estremamente sensibile ma poco specifico. “Può aumentare per un’infiammazione, per l’ipertrofia benigna o persino dopo un'attività fisica intensa come un lungo giro in bicicletta”, specifica Caffo.







