In Italia aumenta in modo significativo il numero di uomini che vivono dopo una diagnosi di tumore della prostata. In dieci anni sono cresciuti del 55%: erano 217.000 nel 2014 e sono diventati 485.000 nel 2024. Parallelamente, la mortalità è in diminuzione: nel 2026 è stimata una riduzione del 7,4% rispetto al periodo 2020-2021.

Sono risultati che testimoniano i progressi compiuti nella diagnosi e nelle cure e che stanno trasformando, e a volte cronicizzando, il tumore della prostata. In questo nuovo scenario emerge però con forza un tema: la qualità di vita dei pazienti deve diventare un elemento centrale nel percorso di cura.

È quanto evidenziato in un documento firmato da un gruppo di lavoro composto da Orazio Caffo, direttore dell’Oncologia dell’Ospedale Santa Chiara di Trento; Nicola Calvani, oncologo medico dell’Ospedale Perrino di Brindisi; Marco Maruzzo, direttore dell’Uoc Oncologia 3 dell’Istituto Oncologico Veneto di Padova; Giuseppe Procopio, direttore del Programma Prostata e Oncologia Medica Genitourinaria dell’Irccs Fondazione Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Daniele Santini, direttore dell’Uoc di Oncologia del Policlinico Umberto I e professore all’Università Sapienza di Roma; ed Elisa Zanardi, oncologa medica dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Il documento è stato realizzato nell’ambito di un progetto della Fondazione Aiom sulla qualità di vita nel carcinoma della prostata, con il contributo non condizionante di Bayer.