Nel Golfo Persico la situazione sul fronte petrolifero peggiora di ora in ora, con la produzione di greggio ormai quasi dimezzata nella regione e nuovi attacchi contro impianti chiave, che compromettono ulteriormente le esportazioni anche di altri prodotti, dai carburanti ai fertilizzanti, ai polimeri, passando per metalli come l’alluminio.

È una situazione – come ha denunciato il ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser – che minaccia di provocare «conseguenze catastrofiche» non solo sui mercati ma anche per l’intera economia globale.

Proprio i mercati però hanno smesso di rispecchiare l’allarme. Le quotazioni del barile hanno continuato a scendere: un ribasso di oltre l’8% ha riportato il Brent intorno a 90 dollari martedì sera, sul finire di un’altra seduta super volatile, all’indomani della clamorosa capovolta di lunedì 9, quando le oscillazioni avevano raggiunto un’ampiezza senza precedenti, tra un massimo di 119,50 dollari – record da quattro anni – e un minimo di 83,66 dollari.

Il Brent martedì 10 è sceso fino a quota 81,26 dollari ed salito a toccare 95 dollari, prima che il pendolo si fermasse. Il gas al Ttf ha intanto lasciato sul terreno il 19,5% a 45,45 euro per Megawattora.

A ispirare le prime vendite, secondo molti analisti, erano state le rassicurazioni di Donald Trump a proposito di una guerra che sarebbe «quasi finita». Ma quella di martedì è stata la giornata di bombardamenti più pesanti sull’Iran da quando Stati Uniti e Israele hanno sferrato l’attacco.