Dopo il Qatar e l’Iraq, anche il Kuwait inizia a fermare giacimenti, arrendendosi di fronte all’impossibilità di esportare dal Golfo Persico. E il prezzo del petrolio si infiamma, spingendosi per la prima volta da quasi tre anni sopra la soglia psicologica di 90 dollari al barile.
Nella seduta di venerdì 6 il Brent per consegna a maggio ha raggiunto un picco di 94,51 dollari, con punte di rialzo superiori al 10% e il Wti (di cui era ancora scambiato il future di aprile) ha corso ancora di più, fino a un massimo di 92,51 dollari. Il rialzo settimanale è per entrambi intorno al 30%, il più forte dalla primavera 2020, quando l’Opec Plus reagiva con enormi tagli produttivi al crollo della domanda dovuto alla pandemia.
Il gas intanto ha chiuso a 52,34 euro per Megawattora (+3,1%)al Ttf, lontano dai massimi di lunedì (quando all’indomani dell’attacco all’Iran si era spinto sopra 65 euro), ma in rialzo di oltre il 60% nella settimana.
Che l’attenzione degli investitori si sia spostata sui mercati petroliferi non sorprende, visto che i “tagli” effettuati del Kuwait (come quelli iracheni) riguardano la produzione di greggio. Il prezzo di questa materia prima – a differenza di gas e prodotti petroliferi come il gasolio e il jet fuel – aveva reagito finora con notevole, e in fin dei conti sorprendente, moderazione al dilagare della guerra in Medio Oriente.













